CRISI DELL'OLIO EXTRAVERGINE, PERCHE' L'ITALIA HA PAURA DI RINNOVARE ?

CRISI DELL'OLIO EXTRAVERGINE, PERCHE' L'ITALIA HA PAURA DI RINNOVARE ?

Le contraddizioni del sistema olivicolo nazionale evidenziate da Luigi Caricato, direttore di Olio Officina Festival

06 Febbraio 2026

L’olio d’oliva non è mai stato così buono, grazie a una tecnologia permette un’estrazione praticamente senza difetti, eppure l’Italia - culla oleicola e patria di oltre 530 cultivar, oltre che di una cinquantina di Ig – rischia di rimanere indietro. Non certo in termini di qualità, perché le eccellenze sono davvero straordinarie, ma la produzione è in contrazione tra difficoltà climatiche e scarsa propensione alla programmazione . «Apripista nel passato, l’Italia sta arretrando pesantemente», osserva Luigi Caricato, direttore di Olio Officina Festival, think tank sull’oro verde che torna a Milano dal 22 al 24 gennaio. «Non piantiamo più olivi e abbandoniamo gli oliveti esistenti – chiosa infatti l’esperto – un paradosso enorme, se pensiamo che in Cina e Giappone, dove l’olivo non era conosciuto, stanno investendo massicciamente sullo sviluppo della produzione. A Olio Officina quest’anno ospitiamo pure un inglese che ha piantato 20mila olivi a Spalding. Insomma, tutti vogliono olivi nel mondo e noi freniamo».

Piano olivicolo in ritardo

È pur vero che la campagna 2025/26 ha visto un parziale riallineamento, con un incremento stimato del 21% rispetto all’annata precedente - circa 300mila tonnellate di olio rispetto al 2024/25, che non aveva raggiunto quota 250mila tonnellate (Osservatorio Veronafiere-SOL Expo su dati Sian). E le giacenze nazionali a fine 2025 segnavano un +38% su fine 2024 (report Masaf), con un traino del sud mentre centro e nord mostrano cali significativi. Se dunque i numeri collocano ancora l’Italia al secondo posto tra i produttori mondiali (dietro la Spagna), per Caricato il varo di un Tavolo di filiera e l’annuncio del piano olivicolo da parte del Governo arrivano in ritardo. «La Spagna ha pianificato per decenni con lungimiranza – chiosa – mentre noi ci siamo seduti sugli allori, perché il piano olivicolo di cui si discute oggi (pur animato da buone intenzioni) doveva essere fatto 25 anni fa».

Come valorizzare la qualità

Rimane invece indiscussa la qualità, perché c’è più consapevolezza. «Oggi la tecnologia permette di ottenere grandi oli – precisa Caricato- superando i limiti di lavorazione del passato, che riducevano la vita del prodotto». C’è però un problema: «si fatica a far comprendere un prezzo giusto al consumatore – rimarca l’esperto – viziato dalle promozioni continue che hanno proposto l’extra-vergine come una commodity a scaffale, svilendone l’identità. Se si parla di nutraceutico e funzionale, di antiossidanti e biofenoli preziosi, è contraddittorio che costi poco». Per non parlare della dicitura obbligatoria in etichetta: “Olio di categoria superiore ottenuto direttamente dalle olive e unicamente mediante procedimenti meccanici”, la medesima per una bottiglia da 50 o 5 euro al litro. La situazione migliora fuori dall’Italia, «infatti i piccoli produttori vendono soprattutto all’estero – aggiunge - dove sono pagati bene e in anticipo. Il comparto non ha saputo gestire e programmare il mercato». In particolare si è visto con l’utilizzo dei generosi finanziamenti dall’Unione Europea: «La Spagna ha investito in comunicazione e progettualità, ma anche piantando moltissimi olivi. Noi invece abbiamo utilizzato gli aiuti non come investimento, ma integrando il reddito dei produttori che hanno potuto abbassare i prezzi sulla catena distributiva. Così si è svilito il prodotto».

Dop e Igp, un’occasione mancata

L’Italia deve allora progettare. «Sembra che abbiamo paura del futuro – attacca Caricato – e c’è un atteggiamento di resistenza al cambiamento. I grandi marchi che in un secolo hanno invaso tutti i continenti, facendo crescere i consumi, stanno segmentando l’offerta e puntano su nicchie di eccellenza, ma solo perché stavano perdendo quote di mercato rispetto ai piccoli produttori. Ecco, non si accetta la pluralità delle olivicolture: è giusto che esista quella familiare e hobbistica per salvaguardare il paesaggio, ma per produrre quantità serve modernità e visione». L’Italia dunque arretra «perché rifiuta la modernizzazione dell’uliveto. Ha accettato gli ultrasuoni in frantoio, ma l’oliveto si vuole tradizionale. Ha senso se parliamo di Liguria o di alture tra Maremma e Veneto, ma in pianura è antieconomico. L’Italia ha inventato la tecnica dell’alta densità, ma l’hanno adottata in Spagna e in altri paesi». Che poi l’idea di eccellenza potrebbe rispecchiarsi nella spinta su Dop e Igp, protagoniste agli eventi (come il nuovo, prezioso Sol a Verona). Invece, «ne abbiamo 50, ma pesano meno del 2% della produzione e questo vuol dire che non c’è stato un saggio utilizzo dello strumento». Pure nella ristorazione «c’è la massima ignoranza. Ci sono olii di prezzo che sono dignitosi per qualità. Imparando a selezionare, si può risparmiare per la cottura, dove conta la tenuta dei grassi, mentre per la finitura del piatto serve l’Evoo (Extra Virgin Olive Oil, ndr) eccellente per esaltare i sapori».

 

Fonte notizia :https://www.ilsole24ore.com/art/crisi-dell-olio-extravergine-perche-l-italia-ha-paura-innovare-AIxoz5x?refresh_ce&nof

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